Darkest Dungeon: la recensione per PS4
Darkest Dungeon: la recensione per PS4
Un gioco che non fa sconti

Darkest Dungeon: la recensione per PS4

Quando una sola semplice lettera può portare alla più oscura delle esperienze.



Erano gli anni ‘90, gli anni in cui si usavano delle tessere plastificate prepagate per utilizzare le cabine telefoniche per le strade o nei bar. Gli anni in cui se si entrava nei summenzionati bar, si poteva scorgere appoggiati a una parete enormi cabinati che, a furia di ficcarci dentro cinquecento lire a partita, consumavano le paghette di noi poveri indifesi ragazzini.

In quegli anni un gioco in particolare aveva introdotto un trend che sarebbe poco per volta sfuggito di mano agli sviluppatori di allora: Street Fighter 2. Quel titolo era diventato un fenomeno di costume e tutti, proprio tutti, volevano giocare a quell’ultimo ritrovato videoludico.

Nei bar e nelle sale giochi si faceva la coda aspettando il proprio turno per poter giocare, o addirittura si organizzavano tornei ad eliminazione tra sconosciuti - che poco alla volta diventavano amici - e non c’era giocatore che non conoscesse le varie combinazioni di tasti per attivare questo o quel cheat.

Ma non tutto era oro così come poteva sembrare e il rovescio della medaglia non tardò a mostrarsi. Alle prime conversioni casalinghe di Street Fighter 2 seguirono un numero sempre maggiore di cloni del genere: Art of Fighting, Fatal Fury, King of Fighters, World Heroes, Power Instinct, Martial Champion, Fighter History, Gatto Fighting, Vicini di Casa Fighting, Postini Fighting...insomma di colpo tutti se le davano di santa ragione per i più disparati motivi.

Chi cercava la via della fede, chi voleva vendicare la morte di un suo caro, chi si sentiva oppresso dalle persone che chiedevano informazioni per la strada... tutti si prendevano a ceffoni. Era un periodo in cui difficilmente si potevano trovare giochi dalle meccaniche diverse dal “Ciao, come st... SCIAF!”.

Quella che era nata come una semplice moda diventò presto un incubo. Passano i tempi e, come tutti sappiamo, la storia tende a ripetersi ed ecco che ora ci ritroviamo in una situazione simile a quella precedentemente esposta: è iniziata l’era dei roguelike.

Oggi come allora qualunque pretesto e buono per mandare uno o più personaggi all’interno di labirinti che mai si ripresentano nella stessa forma dopo la dipartita dell’eroe di turno. Chi per fermare il male, chi per prendere il bus, in ogni caso la soluzione risulta essere quella: attraversare stanze e corridoi sperando di non essere attaccati da chicchessia.

Darkest Dungeon, sviluppato da Red Hook Studios e disponibile per tutte le piattaforme, è l’ennesimo gioco che sfrutta la formula roguelike. La versione da noi testata è quella per PlayStation 4 e ora andiamo ad esaminare la resa in questa nuova incarnazione.  


Darkest Dungeon: la recensione per PS4

L’ingordigia e le sue conseguenze

In una notte oscura e dimenticata nel tempo, un vecchio è intento a scrivere una lettera, una specie di testamento per chiunque possa trovare il suddetto cartaceo lascito.

Quest’uomo spiega come, pur di trovare un leggendario portale all’interno della sua tenuta che una volta varcato conduce ad immensi poteri, abbia sperperato tutti propri averi.

Una volta trovato questo mistico varco, il vecchio ingordo è rimasto schiavo di tale potere e giorno dopo giorno, lo hanno portato alla follia facendo ricadere un’antica maledizione sul borgo in cui vive.

Una volta finita la lettera, il di potere ingordo anziano, afferra una pistola e si punisce severamente per il male causato dalla propria bramosia. Ora sta solo a chi trova quella lettera porre fine alla maledizione caduta sulla tenuta e sul borgo circostante.

Quello che differenzia la produzione di Red Hook Studios dalla sempre più ricca schiera di titoli di stampo roguelike, è il non puntare su un preciso eroe per porre fine alla calamità del caso, ma su di un numero infinito di personaggi che il giocatore può utilizzare di partita in partita, fino ad un massimo di quattro.

I personaggi, come pure la struttura dei dungeon, sono messi a disposizione randomicamente e sarà inutile affezionarsi ad uno qualunque di loro poiché, in ogni caso, sono destinati a perire tutti quanti.

Già, il fulcro del gioco sta nella progressione e non nel mantenimento di un qualunque party. Con l’avanzare del gioco è più che fisiologico perdere costantemente i propri personaggi in battaglia, ma questo non deve spaventare: vi è una carovana in cui arrivano costantemente, e in maniera casuale, eroi tra cui scegliere e dalle svariate classi. Naturalmente è compito del giocatore decidere la formazione del proprio party.

Prima di iniziare ogni sessione di gioco si ha la possibilità di acquistare vari item, ogni missione si svolge in parti differenti della tenuta le quali possono essere scelte a piacere dal giocatore ma, ovviamente, viene specificato il livello minimo necessario per poterle affrontare.

Sono presenti - all’interno di una sorta di host - anche una fucina nella quale possiamo migliorare le armi a nostra disposizione, una locanda in cui possiamo far bere, giocare d’azzardo o riposare “in dolce compagnia” uno o più dei componenti del nostro party, un cimitero in cui andare a rivedere gli eroi caduti in battaglia, una casa di cura in cui è possibile curare dai malus, una gilda che permette di migliorare le caratteristiche dei combattenti e un’abbazia che permette di recuperare tramite svariati trattamenti - tra cui l’autoflagellazione - lo stress dei nostri valorosi personaggi.

Lo stress infatti è un fattore importante di cui tenere conto nello svolgimento del gioco poiché va ad inficiare sulla capacità di gestire ognuno degli appartenenti al party. Girovagando per gli oscuri meandri della magione poco alla volta diminuisce la luce - rappresentata da una barra situata nella parte alta dello schermo - e questo può portare vantaggi come svantaggi: con il buio è infatti più semplice prendere alla sprovvista i nemici guadagnando attacchi a sorpresa, ma allo stesso tempo l’oscurità ha effetto sullo stato mentale di ognuno dei componenti del party.

Il livello di stress, se non curato, può portare addirittura all’infarto un personaggio. Sta quindi a noi saper gestire il livello di stress del gruppo sfruttando opportunamente le fiaccole a nostra disposizione gestendo quindi luce ed oscurità. Darkest Dungeon è un gioco davvero impegnativo, un gioco che non fa sconti a nessuno.

Ogni missione va valutata attentamente prima di essere iniziata, lo stesso gruppo di eroi va scelto con estrema oculatezza e ogni risorsa va acquistata con la massima attenzione, pena la prematura dipartita del nostro party. Un singolo errore nella gestione di eroi o di risorse e la missione fallirà miseramente.

L’esplorazione dei vari dungeon avviene a scorrimento orizzontale ed è possibile imbattersi in ogni sorta di malefica creatura o trappola ma, naturalmente, anche in preziosi ed utili tesori. E’ possibile abbandonare la missione in corso ma questo si ripercuote sul livello di stress dell’intero party, anche qui la scelta sta solo al giocatore: cercare di portare a casa almeno un personaggio e accontentarsi di quanto scoperto-accumulato e potenziarsi, o cercare ad ogni costo di completare la missione? In ogni caso la scelta lascerà sempre un senso di profonda insicurezza.

Tutto è volto a lasciare sempre il giocatore in un profondo sconforto qualunque sia la scelta presa da lui presa. Il titolo di Red Hook Studios risulta tra i più impegnativi del genere roguelike ma sa dare parecchia soddisfazione alla fine di ogni singola missione quasi che la si sia vissuta realmente in prima persona.     



Darkest Dungeon: la recensione per PS4

L’oscurità e la luce

Tecnicamente Darkest Dungeon fa del gioco luce-oscurità il perno centrale. L’uso dei colori fa da subito capire al giocatore che non vi è nulla di semplice o voluttuario e conduce presto al livello di giusto sconforto con il quale affrontare l’avventura.

Il tratto con cui sono disegnati personaggi e locations è crudo e spigoloso, oscuro e tetro, violento e sporco. Le animazioni sono davvero minime ma funzionali al mantenimento di tale opprimente atmosfera. Non vi sono particolari magagne grafiche poiché, in effetti nulla è così complesso da gestire a livello tecnico. Il comparto audio è perfetto. Campionato con estrema pulizia anche questo lato della produzione aiuta egregiamente a sprofondare nel più profondo sconforto.

Archi tristi e lamentosi accompagnano il nostro party in un crescendo di ansia e inquietudine. In realtà anche la mappatura dei tasti tende a infondere disagio dato che sono disposti in maniera poco intuitiva e confusionaria. Lo stesso utilizzo del touchpad - il quale ci permette di uscire opportunamente dal dungeon che stiamo affrontando - non è per nulla comodo.


Commento Finale

Darkest Dungeon è un titolo cattivo, crudo e ostile. Un titolo che in tutto e per tutto porta allo sconforto e al disagio, specie per la mappatura dei tasti. Un gioco profondamente angosciante e tetro.

Non si tratta di un avventura mordi e fuggi poiché ogni livello va affrontato ancora prima di iniziarlo ragionando su ogni più piccolo aspetto. Che tipo di party creare, su quali risorse è meglio puntare e tutto nell’illusione che possa davvero bastare; il tutto può essere sufficiente come può non esserlo.

Anche dopo la dipartita ripetere la stessa missione con la cognizione di quale sia stato il fianco scoperto può non bastare. Serve un pizzico di fortuna oltre che una oculata scelta di risorse non solo umane.

Consigliato caldamente agli amanti del genere roguelike Darkest Dungeon è, assieme a titoli come Salt & Sanctuary un titolo da prendere in seria considerazione. Un gioco chiaramente non per tutti ma per chi, sapendo a cosa va in contro, sa quanto ogni passo possa essere l’ultimo.

Voto Globale
85
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