A Way Out: la recensione
A Way Out: la recensione
Collaborazione fisica ed emotiva

A Way Out: la recensione

Cosa succede quando due persone si ritrovano incarcerate e con un nemico comune? Hazelight Studios ci racconta una storia intensa e cruda. Con molta passione e stile.



A chi non piacciono le atmosfere cupe dei thriller crime? Quelle belle oscure mezze verità che si celano nelle vite, spesso al limite, dei personaggi di questi racconti carichi di tensione emotiva. Storie che affondano le loro radici in background disagiati e fumosi. Come non citare ad esempio il bellissimo Mystic River di Clint Eastwood? Con l’intreccio di vite che rappresenta e la pesante cappa che le sovrasta impersonata dalla vita stessa così cruda e ingiusta. Il tutto in uno scorrere di tempo ed emozioni attorniati da silenzi che dicono tutto, forse troppo. Ma anche i crime più caciaroni di serie storiche quali Le Strade di San Francisco avevano il loro perchè. Colmi di spettacolari inseguimenti in macchina quando ancora non esisteva l’ABS e ogni curva presa a velocità sostenuta permetteva drift che neanche lanciando un ancora dal finestrino si potrebbero realizzare oggi. O come non menzionare la serie Starsky & Hutch, anch’essa densa di furiose sparatorie e folli inseguimenti a bordo della celeberrima Ford Gran Torino rossa con tanto di striscia bianca, icona stessa della serie. A Way Out, fatica curata dei neonati Hazelight Studios guidati da Josef Fares ( noto al pubblico per aver scritto e diretto il già ottimo Brothers: A Tale of Two Sons), prende spunto proprio dai succitati esempi narrativi e si presenta finalmente dopo aver incuriosito tutti alla fiera losangelina dello scorso anno. Con un prezzo di € 29.99 è possibile scaricare A Way Out su PC tramite piattaforma Origin, su Xbox One e Playstation 4 (versione analizzata).


A Way Out: la recensione

Due vite...due passati...un futuro in comune.

La storia narrata in A Way Out parte in modo abbastanza telefonato, cioè con le vite di due persone che si incrociano all’interno di un penitenziario americano durante gli anni '70. Ognuna di queste persone è detenuta per motivi diversi ma ben presto si viene a scoprire che, in realtà, hanno molto più in comune di quanto si possa pensare. Vincent e Leo infatti, una volta conosciuti in suddetta struttura correzionale, scoprono di avere un nemico comune che, in un modo o nell’altro, li ha fatti finire in carcere con in più il peso dell’anima di qualcuno da sostenere. I due stringono presto una vera e propria fratellanza, qualcosa che in realtà va molto oltre alla semplice collaborazione tra sconosciuti col fine di evadere di prigione. Questo forzato lavoro di squadra risulta da subito molto equilibrato. Non potrebbe essere differente data la ferrea volontà di entrambi i protagonisti di voler evadere e allo stesso tempo vendicarsi di chi li ha messi in tale situazione di clausura. Naturalmente la parte legata all’evasione si presenta come solo l’inizio di quella che risulta essere una storia decisamente ben scritta e dalla grande profondità emotiva. Con il susseguirsi degli eventi entriamo sempre più in empatia con i personaggi grazie ad una narrazione forse inizialmente un po’ scontata, ma davvero degna di una grossa produzione hollywoodiana. Questo, soprattutto per l'evolversi delle situazioni che portano ad un crescendo emotivo davvero d’impatto e per nulla scontato. Approfondiamo quanto accaduto ad ognuno dei protagonisti e scopriamo poco alla volta cosa li ha spinti ad agire come hanno fatto e a ritrovarsi in tale scomodo contesto. Scopriamo il loro background e conosciamo il lato profondamente umano di ognuno di essi nonché le relazioni, per nulla semplici, con le rispettive compagne. In merito a questo va detto che la sceneggiatura passa con estrema agilità da momenti di pura tensione, dovuta a scene di inseguimento a dir poco intense e cinematograficamente parlando, assolutamente d’impatto, a momenti in cui si rientra in istanti di puro sentimento familiare come ad esempio nello splendido Heavy Rain. L’empatia la fa da padrona. Tra le varie scene al cardiopalma ne va segnalata una in particolare che coinvolge Leo e che richiama la splendida scena di combattimento in Piano Sequenza di Old Boy - capolavoro narrativo e cinematografico del 2003 basato sull’omonimo Manga e diretto da Park Chan Wook - con tanto di rimandi addirittura alle stesse mosse in combattimento visibili nel summenzionato film. Tutto questo poi viene genialmente enfatizzato dal fatto che il gioco deve essere affrontato in cooperativa con un amico, sia che lo si faccia sul divano di casa o che lo si faccia on line. Non è possibile, infatti, cooperare in stile Resident Evil 5 con giocatori a caso sparsi per il mondo ma solamente con un amico. Questa scelta di produzione può inizialmente far storcere il naso ma, con il progredire dell’avventura, si scopre drammaticamente il motivo di tale scelta. Inoltre non si può non far notare come le personalità dei due protagonisti risulti diametralmente opposta e, questo, porta anche a decisioni che vanno però prese con il compagno di gioco rendendo, di fatto, ancora più profondo il legame empatico tra i propri avatar digitali ed il legame giocatore - giocatore. Ogni singola azione, ad esempio una “semplice” rapina in un distributore di benzina, diventa motivo di forte collaborazione tra giocatori e questo grazie anche alla diversa personalità dei protagonisti che prepotentemente si fa largo nel corso dell’avventura. A Way Out risulta essere un vero e proprio “gioco di squadra” ma nel senso che, non solo le azioni, ma anche le emozioni vengono condivise. Tutto risulta molto intuitivo nella collaborazione con il proprio compagno e non vi sono praticamente mai tempi morti in cui non si riesce ad intuire il da farsi. Unico vero neo di questa produzione è rappresentato da un livello di difficoltà tarato un po’ troppo verso il basso. Chiariamo: non significa che il gioco risulti estremamente facile, ma solo che giocato con la persona giusta, risulta facile entrare in sintonia con essa e quindi le morti sono alquanto sparute. Detto questo però è da sottolineare come, anche a fronte di ciò, la storia la si riesce a vivere con la giusta dose di interesse e di adrenalina. Anche a livello di achievements il gioco non risulta affatto impossibile, questo, per la gioia dei completisti incalliti. Inutile dire che la chat vocale è assolutamente necessaria in un titolo come questo. A Way Out è un genuino esempio di cosa si può davvero fare con una buona idea e con la passione nel proprio lavoro, riuscendo af offrire una splendida esperienza da vivere fino in fondo. 



A Way Out: la recensione

Un viaggio bello da vedere

Dal punto di vista grafico A Way Out è davvero un bel vedere. Nonostante un frame rate non esattamente granitico, non mostra praticamente mai cali esagerati. Nella prova da noi effettuata abbiamo potuto giocare su Ps4 versione Slim e su Ps4 Pro e, almeno sulla versione “minore” si può notare un lieve ritardo nel rendering delle texture all’inizio delle parti narrative scriptate, ma davvero nulla che risulti davvero fastidioso all’occhio del giocatore. Il field of view è davvero d’impatto e le animazioni sono sufficientemente credibili. La produzione viene mossa da un ottimo uso dell’Unreal Engine 4 ed è possibile ammirare scorci davvero belli e suggestivi grazie anche ad un ottimo uso dell’illuminazione e degli shader. Registicamente, come precedentemente accennato, abbiamo a che fare con un lavoro davvero molto ricercato e ben riuscito. Nell’insieme si ha quasi la percezione di vivere un Heavy Rain con però una reale partecipazione a quanto mostrato a schermo. Il sonoro anche risulta davvero ben campionato e lo stesso doppiaggio - inglese - crea perfettamente la giusta atmosfera cupa, pesante e intensa che il titolo merita. E’ consigliabile una connessione prestante e possibilmente un cavo ethernet collegato alla console per ridurre al minimo un lag presente in alcune fasi ma non realmente incisivo nel prosieguo del gioco.


Commento Finale

A Way Out è una bellissima prova di quello che può e deve essere davvero un’avventura cooperativa on line e non. Un piccolo gioiello che fa del suo più grande difetto la sua colonna portante. Non è infatti possibile condurre la partita in solitaria in alcun modo, ma la componente collaborativa porta a stati emozionali di intenso rilievo e riesce, in questo, a creare una sincronicità mentale ed emozionale tra i giocatori. Una narrazione inizialmente telefonata lascia col tempo spazio ad un cliffhanger che non può non lasciare spiazzati. Un vero e proprio insieme di “ma no…” che rapisce, affascina e lascia i giocatori impietriti di fronte a quello che, troppo spesso, risulta essere alle volte davvero la vita. Se questo è l'inizio di Hazelight Studios possiamo solo gioire.

Voto Globale
95
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