Pensare per la prima volta, da democratico e iscritto, di dire addio al Pd

Il congresso del Pd preoccupa chi ama il Pd. Dove sono visione, identità, orizzonte, base sociale e leadership? Perché non si è chiesto a coloro che si candideranno di redigere un programma di governo che permetta di far emergere i contrasti invece di nasconderli?

Per ragioni ben note l’Italia non ha mai avuto nel dopoguerra un grande partito socialdemocratico. Un partito che esprimesse un’accettazione convinta dei principi base di uno stato liberal-democratico e in particolare del mercato e della libertà di impresa, da regolare in modo che le diseguaglianze ingiustificate che il neoliberismo provoca possano essere corrette. E che lo possano essere lo dimostra la fase di liberalismo inclusivo a dominanza socialdemocratica nei trent’anni successivi al secondo dopoguerra. Dopo l’abbattimento del muro di Berlino sembrava fossero maturate le condizioni idonee alla creazione, anche in Italia, di un partito di questo genere, sommando insieme le forze politiche di ispirazione riformista di sinistra rimaste in campo dopo la crisi politica provocata da Mani Pulite. Di tutte tranne una – e fu un’esclusione deliberata – quella del Partito Socialista, i cui votanti, attivisti e dirigenti si dispersero o rifluirono in altri partiti.