La gran confusione storica sul tema dell’autonomia regionale

La legge per promuovere l’autonomia differenziata tra le regioni è una mina per il governo, un problema per i presidenti di regione del centrodestra (divisi tra loro), una buona occasione di lamentela, anche in termini di consenso, per i presidenti di centrosinistra, un provvedimento che rischia di sfuggire di mano ai suoi stessi promotori (come già avvenne con la disastrosa riforma del Titolo V di inizio millennio e poi con la mai raggiunta definizione del passaggio ai “costi standard” nel 2010). Aggiungiamo che la materia è in mano a un ministro esuberante e tenace assieme, mix terribile in politica, come Roberto Calderoli, per capire che prevedere il punto di arrivo non è semplice. Di certo c’è stata una frenata in questi giorni, sia per intervento di altri ministri, con la piccola trappola dell’accoppiamento tra autonomia e presidenzialismo, sia per le varie e comprensibili impuntature di alcuni presidenti regionali. Si può però provare a dare un contributo immaginando forme di incremento dell’autonomia che non rispondano a istanze demagogiche, di chiusura egoistica delle regioni più ricche e sulla presunzione che gli amministratori locali siano sempre meglio dei governanti di Roma. Serve, prima di tutto, che siano garantiti i livelli…