Il mondo bonario del capitalismo riformato che ci fa tutti agnelli

Paul Polman, ex ceo di Unilever,  addossa all’impresa del futuro compiti creativi nel campo del buono e del bello. Al suo ambizioso progetto, però, mancano un’antropologia e una filosofia politica

Questo Paul Polman, ex amministratore delegato di Unilever, una delle multinazionali più potenti al mondo, deve aver letto, nelle pause tra la produzione di una bella miliardata di Viennetta e Magnum, la Critica del programma di Gotha e l’Ideologia tedesca, testi di Karl Marx in cui si delinea l’uomo nuovo del comunismo, un soggetto di armoniosa multifunzionalità (cacciatore, filosofo, lavoratore manuale, agricoltore, pittore, musicista e altro nel corso della sua giornata terrena). E’ l’uomo al quale la società offrirà il dovuto contributo sociale “secondo i suoi bisogni” avendogli richiesto in cambio “l’esercizio delle sue capacità”. Una meraviglia, ammettiamolo, nel campionario profetico e rivoluzionario del grande pensatore di Treviri. E Paul Polman è un uomo d’onore. Solo così si spiega la sua definizione dell’impresa dopo l’ubriacatura liberista, quell’impresa che “deve produrre profitti non creando problemi al mondo ma risolvendoli”.