Il complottismo economico della destra spiegato dal suo stesso programma

I nuovi conservatori italiani dicono di essere rinnovati e affidabili. Ma sui grandi dossier riemergono i vecchi tic: paura dello straniero, dittatura dell’italianità, sovranismo industriale. Tre storie per capire di cosa stiamo parlando

La grande favola della destra populista desiderosa di presentarsi sulla scena pubblica come una forza politica nuova, rinnovata, presentabile, responsabile e in definitiva smaccatamente antipopulista è una favola che può trovare una sua coerenza su molti campi, su molti dossier e su molti terreni di gioco. Ma è una favola a cui è impossibile credere quando la destra mostra con chiarezza la sua visione del mondo su alcuni temi specifici legati all’economia, alla politica industriale, al mercato e in definitiva alla globalizzazione. Lo schema, in fondo, è sempre lo stesso: un mix tra pulsioni protezionistiche, tentazioni antimercatistiche e spinte autarchiche. La destra ci prova a essere presentabile, a mostrare il suo volto rassicurante quando parla di infrastrutture (spendiamo di più), di tasse (tassiamo di meno), di giustizia (garantismo, oh yes), di atlantismo (che non si discute).