Il caso Anastasio mostra i limiti della classe dirigente meloniana

La fulminea esperienza di Claudio Anastasio alla testa della società 3-I ideata da Mario Draghi per informatizzare la Pubblica amministrazione (a partire dall’unificazione di sistemi di Inps, Inail e Istat) si è conclusa con le dimissioni “irrevocabili” annunciate dopo che un suo incredibile messaggio che parafrasava il discorso di Benito Mussolini dopo il delitto Matteotti è stato reso pubblico e ha suscitato comprensibile indignazione. Che cosa abbia spinto Anastasio a scrivere quelle fesserie lo sa solo lui, ma il fatto che un personaggio così singolare sia stato nominato a quel posto solleva un problema sulla qualità del gruppo dirigente che il governo ha il compito di insediare alla guida di tanti enti e organismi dello stato. Il problema non è il diritto di nomina, che è stato esercitato da tutti gli esecutivi precedenti, neppure la “lottizzazione” che è prassi non certo lodevole ma comune. Il problema che è lecito porre riguarda i criteri di scelta e la verifica delle qualità non solo professionali ma anche di serietà e competenza necessarie per coprire incarichi pubblici di rilievo.

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