Gli eletti della democrazia disertata

Ha senso eleggere un parlamentare se va a votare solo la decima parte della popolazione? Può ancora chiamarsi suffragio universale, democrazia, rappresentanza del popolo, se nove cittadini su dieci non vanno nemmeno a votare? Non sarebbe più giusto lasciare il seggio vacante se più della metà (o se volete, più dei due terzi) degli aventi diritto non va a votare? Ci dev’essere un quorum, come previsto in altre consultazioni, sotto il quale il seggio non viene assegnato e la decisione di non andare a votare è essa stessa riconosciuta come un messaggio di volontà popolare di cui tener conto.

L’ultimo caso, come sapete, è accaduto non in una sperduta zona insulare, montana o scomodamente periferica, ma nel cuore della Capitale, a Roma. Dove sono andati a votare alle suppletive di domenica scorsa solo undicimila elettori su più di centomila aventi diritto. Si dirà che è l’effetto covid. Ma il parlamentare predecessore da sostituire, che è poi il sindaco regnante, Gualtieri, aveva registrato un’affluenza di votanti appena superiore, che non sfiorava nemmeno la quinta parte degli elettori. Allora torno a formulare la domanda: ma si possono considerare valide votazioni così ristrette? In una democrazia matura anche l’astensione è un giudizio…