Giorgetti e Garavaglia pensano alle dimissioni, poi ci ripensano. Ma nella Lega è tregua armata

Salvini riunisce il vertice del partito a Via Bellerio, e alla fine ribadisce la fiducia a Draghi. Il ministro dello Sviluppo evoca scenari internazionali (“Non possiamo rompere”), ma i gruppi parlamentari ribollono. Intanto in Lombardia arriva la blindature dalla candidatura di Fontana, almeno per ora

La minaccia tattica era già pronta. L’avevano preparata Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia, concordandola con Massimiliano Fedriga. “Se il problema è che noi ministri siamo troppo draghiani, allora noi consegniamo le nostre dimissioni nelle mani di Salvini. E cosa farà, a quel punto, Matteo?”. E cosa faranno, poi, i suoi vari sottosegretari che a parole fanno i celoduristi? Alla fine, però, l’offensiva che doveva scattare ieri, al vertice di Via Bellerio, è stata rimandata. Sostituita con un ultimatum che forse proprio estremo non è, e che si risolve in una tregua armata tra il segretario e i suoi recalcitranti subalterni: fintantoché Salvini non mette a rischio il governo, la dissidenza interna verrà congelata. Con buona pace delle rispettive truppe, che vivono nell’ansia del 2023. 

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