CANE DI PAGLIA/ Il film con i due credo poetici preferiti di Peckinpah

Usciva cinquant’anni fa nelle sale del Regno Unito in anteprima, in quanto film americano ma ambientato in Scozia, Cane di Paglia (Straw Dogs) di Sam Peckinpah.

La ricorrenza cade stranamente opportuna, in questi giorni di rinate violenze destrorse, in verità mai assopite del tutto. Infatti, il film, tratto dal romanzo The Siege of Trencher’s Farm (1969) dello scrittore scozzese Gordon Williams e sceneggiato dal regista con lo specialista David Zelag Godman, tratta in ultima analisi del connubio ignoranza-violenza, del feroce quasi darwiniano meccanismo che fa nascere la seconda dalla prima.

Il racconto è lineare e costruito secondo i canoni hollywoodiani, tipici del western di frontiera, del “noi dentro e loro fuori”; inteso come noi i buoni (i coloni bianchi) e loro i cattivi (gli indiani nativi). Ferma restando tale struttura di massima, nell’universo filmico di Peckinpah la faccenda non è così stilizzata. I ruoli sono più confusi, si scambiano, si sovrappongono. Sia l’autore del romanzo che il regista paiono chiedersi se la storia evolutiva sociale dell’Uomo non sia ancora ferma alle leggi della giungla; se siano ragionevoli le recenti (per allora) tesi…