Wonder Boy: The Dragon's Trap, la recensione per la versione Nintendo Switch
Un remake fatto come si deve

Wonder Boy: The Dragon's Trap, la recensione per la versione Nintendo Switch

Sono passati 27 anni e questa riedizione del gioco originale fa scendere qualche lacrimuccia, ma anche meravigliare

Era il 1986 quando fece la sua comparsa un arcade game dal titolo Wonder Boy. Era l’epoca d’oro dei coin-op, dei platform, delle principesse da salvare e degli eroi casuali più disparati come gli idraulici baffuti, passando per cacciatori di vampiri e finendo per preistorici rappresentanti del genere umano armati di ascia di selce in cerca della propria bella, anche in questo caso, rapite dal malvagio di turno. L'originale Wonder Boy riscosse un buon successo e al capostipite si aggiunsero presto 2 seguiti: Wonder Boy in Monster Land e Wonder Boy 3 The Dragon’s Trap. Questo terzo capitolo della serie, datato 1989, è stato ripreso ora per essere proposto in una nuova smagliante forma per le nuove generazioni di videogiocatori e, naturalmente, per allietare con relativa spensieratezza le giornate dei vecchi videogiocatori con quella che di fatto non è una semplice operazione nostalgia.

Wonder Boy: The Dragon's Trap, la recensione per la versione Nintendo Switch

Maledizione sono maledetto

Come anticipato, la nostra avventura inizia esattamente dove termina Wonder Boy in Monster Land e quindi, dopo un breve riassunto, ci ritroviamo con una maledizione che ci ha tramutati in una cresciutissima ed arrabbiatissima lucertola sputa fiamme che ha tutta l’intenzione di tornare alla propria normalità. Le sembianze originali del nostro eroe però potranno essere recuperate solo dopo aver attraversato in lungo ed in largo una mappa in stile Metroidvania che poco alla volta andremo a scoprire. Tale mappa è piena di nemici di vario tipo come semplici - nonchè abnormi - serpenti, piante sputa fuoco, nuvolette di Fantozziana reminiscenza sino ad arrivare anche ad Oni, che null’altro hanno da fare se non ostacolare il nostro cammino.

Durante la nostra avventura assumeremo diverse sembianze animal-umanoidi, ognuna con le proprie caratteristiche uniche di difesa e offesa. Ci troviamo quindi a passare dall’iniziale forma di uomo-lucertola a quella di uomo-topo e così via per un totale di 5 specie antropomorfe. Abbiamo anche la possibilità di avere un minimo di elementi RPG visto che ci è possibile recuperare armi, armature e scudi che potremo gestire in modo molto semplice ed intuitivo per potenziare il nostro personaggio, oltre che armi extra in numero limitato come palle di fuoco, frecce ed il mai dimenticato boomerang caratteristico della serie.

Novità inserita in questa nuova edizione del terzo capitolo è la possibilità di scegliere il sesso del personaggio da noi utilizzato; in realtà si tratta di un semplice fattore estetico, è giusto segnalarlo. C’è chi ha fatto notare la possibilità di scegliere il livello di difficoltà che non era invece presente nella versione arcade, però va detto che in realtà i vecchi coin-op i livelli di difficoltà li avevano! Di solito andavano da uno a cinque e normalmente erano tarati sul quattro in modo da spillare il maggior numero di monete ai piccoli ludopatici dell’epoca, lasciando però la possibilità ai più abili (o abbienti) di portare a termine il gioco. Infatti se si guardava in basso al centro dello schermo dei cabinati, era solito leggere “Level-4”.

Wonder Boy: The Dragon's Trap, la recensione per la versione Nintendo Switch

Precisione e memoria

Quello che caratterizzava gli arcade di una volta era la precisione millimetrica con cui si doveva eseguire un salto o un attacco ed anche il fatto che i nemici (tutti) avevano un pattern d’attacco che, una volta memorizzato, rendeva l’avanzamento nelle successive sessioni molto più facile e veloce. Questo era dato da una, per forza di cose, limitata intelligenza artificiale e portava ad una discrepanza alle volte imbarazzante di quella che era la longevità dei titoli. Quello che all’inizio richiedeva un’ ingente quantità di monete, tempo ed imprecazioni per essere superato, una volta memorizzato i vari pattern, finiva per essere uno stage che in pochi minuti si poteva superare senza riportare ferite o quasi. Questa situazione rimane invariata in questa riedizione e, quindi, se ci si trova nella fascia dei nuovi gamer, il gioco può richiedere circa una decina di ore per essere portato a termine, facendo i completisti e ricercando ogni oggetto nascosto; se si appartiene alla vecchia guardia e se addirittura ci si ricorda ancora a memoria tutti i vari pattern, la longevità può addirittura scendere ad un terzo. Questo è il bene e il male delle opere dedicate al fattore nostalgico, che è bene sempre tenere in considerazione prima dell'acquisto.

Dal punto di vista tecnico il lavoro è assolutamente fantastico! L’intero gioco è stato ridisegnato a mano e lo stile utilizzato ricorda molto quello di produzioni quali Valiant Hearts o Child of Light con disegni ispirati e dal tratto molto delicato. Lo stesso uso dei colori è molto azzeccato e ricorda i libri illustrati giapponesi. Decisamente “Graphic Novel”, per citare i tempi odierni. A questo aggiungiamo delle animazioni davvero di pregio ed un uso del parallasse multiplo che da una parte riporta ai “cari vecchi tempi” e dall’altra si amalgama molto bene in questa nuova mescola visiva. Anche il comparto sonoro è stato non solo riarrangiato, ma anche interamente riorchestrato con un risultato davvero piacevole e mai invasivo. Tutto questo ben di dio è possibile convertirlo nella vecchia veste arcade tramite la pressione del pulsante dorsale ZR per il comparto grafico e lo stick destro per quanto riguarda il sonoro. Un'aggiunta decisamente accattivante per i nostalgici, ma anche per mostrare da dove arriva questa ottima conversione che, per fortuna, non è un semplice “progetto nostalgia”.

Galleria immagini

Commento Finale

Wonder Boy The dragon’s Trap è un titolo davvero molto curato e ben fatto. Si respira amore e passione nella realizzazione. Si porta però dietro pregi e difetti di quelle che erano le produzioni arcade anni ‘80, afflitti spesso da una longevità fortemente ballerina, strettamente legata alle meccaniche di gioco del tempo, pur godendo di un comparto tecnico davvero di prim’ordine. La bellezza degli scenari completamente ridisegnati e le musiche interamente riorchestrate faranno felici anche i giocatori di vecchia data che magari hanno già finito e strafinito questo gioco e, allo stesso tempo, delizieranno le nuove leve abituate a molto di più in ambito puramente tecnico.

Voto Globale
blog comments powered by Disqus
Lian Underwood